Il problem telling
Il problem telling è l'arte di individuare, organizzare e narrare i problemi buoni e interessanti. E' la fase successiva al problem setting e riguarda la vendita del problema agli stakeholder. Si giova dei riduttori di complessità e dell'immaginazione sviluppata anche attraverso l'improvvisazione. Ha alla sua base l'apprendimento significativo.
Nessuno vuol sentir parlare di problemi. I problemi, si sa, è meglio non averli e se qualcuno li ha cerca di risolverli il prima possibile. I problemi sono, infatti, percepiti come un fastidio, un ostacolo da cui liberarsi il prima possibile. Perciò se qualcuno viene a parlarci di problemi scappiamo via. Perché mai dovremmo stare a sentire uno che ci parla di problemi quando già ne abbiamo tanti da risolvere?
Tutt'al più siamo disposti a tollerarli in ambito aziendale quando parliamo di problem solving strategico: tutte quelle operazioni e processi da attuare in vista di un obiettivo. Ma sentir parlare di problemi o andare in giro a raccontarli ci appare attività da perditempo o da matti.
Scopri nel menu qui sotto cos'è il problem telling e poi mettiti alla prova con il test.
I problemi sono per sempre.
L'approccio ai problemi.
Qualche problema interessante.
Il racconto del problema.
Sognare.
Giocare.
Apprendimento significativo.
Mappa mentale di riepilogo.
I problemi sono per sempre.
Una cosa è certa: i problemi sono per sempre. Avete mai sentito di
qualcuno che non ha più problemi? I problemi accompagnano ogni fase
della nostra vita. I bambini hanno i loro problemi come gli
adolescenti, gli adulti e gli anziani. E ogni categoria professionale
conosce ancora una volta i suoi problemi. Sia i dipendenti sia gli
imprenditori hanno i loro problemi. La scoperta che i problemi sono per
sempre è una scoperta semplice e nello stesso tempo sconvolgente. Ecco
come la racconta l'uomo d'affari, ambientalista e autori di best seller
Paul Hawken.
"Un sabato d'autunno di qualche anno fa, mentre il resto del mondo si
godeva l'estate di San Martino, io mi trovavo nel negozio e cercavo di
risolvere un problema. Non mi ricordo quale, uno dei tanti. Procedevo
nel mio solito modo: risolvere la faccenda una volta per tutte. Da anni
ero come il segugio che rincorre la lepre delle soluzioni definitive.
Ritenevo che lavorando solo un po' di più, un po' più a lungo, con un
pizzico di creatività in più, avrei finalmente catturato la lepre e
gestito un'impresa senza problemi. Avrei sperimentato il nirvana
commerciale, sarei emerso dalla notte buia del libro mastro all'alba
luminosa della beatitudine amministrativa. Il lunedì mattina sarebbe
stato sempre un piacere.
Errore. Ebbi il nirvana, d'accordo, ma era il contrario di ciò che
aspettavo. In quel bel pomeriggio, fui colpito dalla rivelazione della
verità: avrei sempre avuto problemi. Infatti, la presenza di problemi
significa che l'impresa attraversa una fase di rapida acquisizione di
nuove esperienze. La rivelazione fu liberatoria. Perché gli altri non
me l'avevano detto prima? (...) I problemi si trovano dove si trovano
le opportunità. Un problema è un'opportunità travestita.
(...)Ci hanno insegnato che l'essere ordinati è la via per il successo:
stanze asettiche e registri precisi. Questo è encomiabile per
l'economia domestica e la contabilità, ma dev'essere tenuto presente a
livello teorico. Un'impresa nuova non è conforme a nessun modello
prefabbricato di attese, previsioni, schemi. Ci sono spigoli vivi,
sorprese, effetti inattesi e involontari. Questo è un riflesso del
mondo, e non necessariamente un cattivo funzionamento della vostra
impresa". (Paul Hawken, Come
scegliersi un'attività e farne un business, Tascabili Bompiani, pp.
30-31).

“Se io avrò sempre problemi e ogni impresa avrà sempre problemi, qual'è
la differenza tra una buona impresa e una cattiva impresa?
La buona impresa ha problemi interessanti, l'altra problemi noiosi. Il
buon management è l'arte di rendere i problemi così interessanti e le
soluzioni così costruttive che tutti vogliono avere a che fare con
esse. Il cattivo management presenta i problemi in maniera tale che la
gente cerca sempre di evitarli, di trasformarli in promemoria, di
delegarli o di cestinarli. I problemi buoni galvanizzano. I problemi
cattivi snervano.
Sono buoni problemi l'eccesso di domanda (o la domanda insufficiente)
di un buon prodotto, le troppe opportunità di espansione, i clienti che
arrivano la domenica pomeriggio chiedendo di visitare l'azienda, gli
estranei che cercano di attribuirsi il merito del nostro successo, i
dipendenti più in gamba di noi (caso non raro) e i concorrenti validi
quanto noi, se non di più.
Sono cattivi problemi l'eccessiva domanda (o la domanda insufficiente)
di un prodotto che sappiamo scadente, la clientela ostile, i mutui da
rimborsare, lo staff sovraccarico, sottopagato, non apprezzato e perciò
malcontento.
Il nostro compito come titolari e manager non è risolvere ogni
problema. Il nostro compito è creare un'azienda con problemi
irresistibili che spingano persone brillanti, non comuni, a unirsi a
noi per risolverli” (Paul Hawken, Come
scegliersi un'attività e farne un business, Tascabili Bompiani, pp.
32-33).
- lo start up di un'impresa;
- l'idea stessa di voler intraprendere qualche attività;
- uno sudente che debba decidere un percorso di studi;
- una storia d'amore che sta nascendo;
- una storia d'amore che presenti dei problemi perché entrambi si amano molto;
- la decisione di fare degli investimenti;
- il voler assumere altre persone a lavorare;
- sfornare pizze e focacce che già alle 12 sono finite;
- voler reagire a condizioni di degrado sociale e criminalità;
- voler fondare un'associazione, un gruppo;
- i milioni di utenti che hanno fatto di Facebook il secondo social network visitato al mondo (dopo blogger).

Il racconto del problema.
Se
abbiamo il giusto approccio al
problema ci verrà voglia di raccontarlo in giro il problema. I
buoni problemi sono come le buone notizie: non vediamo l'ora di
raccontarle. Ma prima di farlo dobbiamo esser certi di avere un
reale buon problema tra le mani. Dobbiamo esser certi di aver
ben definito il problema. Spesso, infatti, crediamo di aver definito il
problema e invece magari si tratta di un falso problema o di un
problema definito male. Come si fa, quindi, a definire bene i nostri
problemi, prima ancora di poter dire che sono buoni e interessanti?
Ci viene in soccorso il problem
setting, l'arte di definire i problemi prima di risolverli, così
come formulata da Umberto
Santucci. Rimandiamo perciò al suo sito web per capire come fare un
buon setting. Qui ci concentriamo sulla fase successiva che è la
comunicazione del problema.
Il problema va infatti raccontato, comunicato perché il problema va
venduto "per ottenere consenso intorno all'opportunità di risolverlo. E
anche per ottenere decisioni e finanziamenti" come scrive Umberto
Santucci. Quindi è evidente la necessità di conversare con gli
stakeholder per parlare loro del nostro buon problema. Ma è anche
necessario fare del problem telling all'interno dello stesso gruppo di
lavoro. Un buon obiettivo ben definito in comune risveglia, infatti,
tutte quelle energie e quelle risorse nelle persone che altrimenti non
uscirebbero fuori. Per far questo occorre scomporre il nostro problema
in problemi più piccoli e assegnare ciascuno di essi a rispettivi
sottogruppi per ognuno dei quali individuare un leader, secondo il
modello della leadership diffusa. In questo modo avremo singoli problem
teller, che si sentiranno responsabili dei contenuti da narrare.
Sognare.
Se
ho ben definito i miei problemi e ho buoni problemi da raccontare
allora sto dando vita a scenari a cui all'inizio non avevo pensato, che
non avevo neanche immaginato. Il problem telling alimenta l'immaginazione.
Ma è anche vero il contrario. L'immaginazione, la fantasia ci aiutano a
pensare a problemi nuovi e interessanti, fantastici che ci immettono in
un'ordine di idee superiore e che permettono perché no anche di volare
qualche volta.
Il problem telling ci permette di trovare delle soluzioni impreviste
quando siamo di fronte ad una qualche difficoltà. Una volta che abbiamo
cominciato a narrare il nostro problema chi può sapere, infatti, quali
suggerimenti e quali risorse ci verranno incontro?
Il problem telling è l'arte che può rendere possibili le utopie.
Qui il paragone è d'obbligo con il più grande e buon problema che mai
sia stato posto alla storia dell'umanità: l'uguaglianza di tutti gli
uomini. Sembrava impossibile sotto la dominazione dell'Impero Romano,
eppure un gruppo di narratori di buone novelle lo ha reso possibile.
Giocare.
Fare
del buon problem telling significa anche giocare con i riduttori di
complessità: quelli che "da un insieme indistinto e intessuto di
infinite variabili" contemplano "solo alcuni elementi e alcune
variabili da prendere in considerazione per arrivare ad una soluzione
possibile e accettabile" (Umberto Santucci, Fai
luce sulla chiave, L'airone, p. 20). Sono perciò riduttori di
complessità i modelli, i giochi, le rappresentazioni, i linguaggi.
Fra tutte le attività ludiche una che può giovare molto al problem
teller è l'improvvisazione
teatrale, così come riformulata in Canada da
Keith Johnstone. Si
tratta, infatti, di un'improvvisazione non più concepita per preparare
uno spettacolo ma che è essa stessa spettacolo. Abitua quindi a un
grande ascolto di tutto ciò che accade e a vivere il qui ed ora,
gestendo ogni imprevisto in modo non molto diverso da quello che fanno
i clown teatrali. Si tratta quindi di assumere consapevolezza di se
stessi e delle proprie risorse, come il teatro d'impresa, tra l'altro
insegna, ma con in più l'affinamento della facoltà di mettere in gioco
tutto quello che si ha a disposizione, compresi i propri difetti.
Apprendimento significativo.
Fare buon problem telling significa anche apprendere in
modo significativo e quindi essere aperti ai sentimenti, ai diritti, ai
bisogni e alle aspirazioni degli esseri umani. Solo tenendo in conto
tutto questo, infatti, essi possono avere un apprendimento non banale,
non superficiale, non meccanico. Quando avremo legato in modo
indissolubile alle nostre migliori facoltà ciò che stiamo apprendendo
di nuovo potremo star certi di avere avuto un apprendimento profondo.
Per far tutto questo strumenti privilegiati sono le mappe mentali e
le mappe
concettuali. Si tratta di tecniche di rappresentazione grafica del
pensiero che permettono di selezionare e organizzare in vista della
creatività o dell'apprendimento, con grande efficacia, i miliardi di
connessioni presenti nel nostro cervello. Vengono, infatti, estratte
quelle più significative e attinenti al nostro problema e vengono messe
in rete con le nuove informazioni in entrata. Il risultato è
un'assimilazione di grande durata e lo sviluppo di un pensiero visivo
che ci fa "vedere" le soluzioni e i nuovi percorsi.
Cliccare sulla mappa per ingrandirla.
